33. L'avvento della signoria nell'Italia del Duecento.

   Da: D. Waley, Le citt-repubblica dell'Italia medievale, Il
Saggiatore, Milano, 1969

 Instabilit politica, guerre continue, influenza delle corti
monarchiche furono le molteplici cause dell'ascesa di signori -
personaggi generalmente di origine feudale, che, come dimostra in
queste pagine lo storico inglese Daniel Waley, sapevano cogliere
con abilit il momento opportuno per imporsi - al vertice politico
delle citt italiane.


   Le forme repubblicane di governo, nelle citt-stato italiane,
avevano un'esistenza estremamente precaria. Costantemente
minacciate, o anche in piena crisi, non c' da meravigliarsi che
nella maggior parte delle citt queste istituzioni non siano
riuscite a sopravvivere. Basterebbe da sola la piaga delle fazioni
per spiegare come mai il regime d'un solo individuo abbia potuto
farsi accettare, in moltissime citt, prima della fine del
quattrodicesimo secolo. Anzi,  chiaro che l'eccezione, costituita
dalla sopravvivenza del repubblicanesimo in qualche caso, avrebbe
maggior bisogno di spiegazione che non i successi dei signori. Il
declino del repubblicanesimo appare come un problema storico che
desta perplessit solo se si considera la repubblica una
manifestazione di buona salute del corpo politico, e la signoria
una forma patologica. E' quindi agevole fornire una risposta
all'interrogativo generico in merito al motivo per cui le forme
repubblicane non durarono, richiamandosi alla loro incapacit di
fornire regimi stabili; ma la domanda, pi specifica, sul modo
come vennero surrogate, conserva tutto il proprio interesse.
[...].
   Se si osserva la carta geografica d'Italia nel tardo Medioevo,
come l'hanno vista in genere gli storici, essa ci mostra un
panorama di potenti citt-stato, dominanti, ciascuna, su un'estesa
regione; ma basta socchiudere un po' gli occhi, ed ecco che si
trasforma in una topografia di signorie feudali, nei cui spiragli
i comuni si arrabattano a mantenere un'effimera indipendenza. Il
fatto che il vassallaggio abbia continuato a esistere molto avanti
nell'epoca moderna, come tipo preponderante di rapporto sociale
nell'Italia centrale e meridionale,  ben noto; ma non si  sempre
rilevato a sufficienza ch'esso perdur, sia pure in misura minore,
anche nel resto della penisola. Un aspetto dell'Italia
nordorientale [...] si pu ricavare dalla cronaca della Marca
Trevigiana, dovuta a Rolandino da Padova, scrittore del
tredicesimo secolo. Rolandino vede la storia di tale zona, in
quell'epoca, in primo luogo come la storia di quattro grandi
famiglie, i marchesi d'Este e le altre grandi dinastie feudali dei
da Romano, dei Camosampiero e dei da Camino. Per lui, la storia
veronese  essenzialmente una lotta tra Estensi e da Romano. I
Sambonifacio e altre famiglie vi sono coinvolti come alleati degli
Estensi, quella del Salinguerra (i Torelli) come alleata dei da
Romano. La parte del comune  quasi quella d'una vittima passiva.
   Si riceve spesso la stessa impressione di persistente forza del
vassallaggio, leggendo il resoconto d'una campagna militare
composita, anche se lo spirito che la guida  quello d'una citt.
Le forze guelfe, principalmente fiorentine, che scesero in campo
nel 1288 contro Arezzo comprendevano 250 cavalieri reclutati dai
guelfi conti Guidi, Maghinardo da Susinana, messer Iacopo da
Fano, Filippuccio di Iesi, i marchesi Malispini, il Giudice di
Gallura, i conti Alberti e altri baroncelli di Toscana, ci dice
Giovanni Villani. Ci troviamo di nuovo nel mondo delle milizie
private, dei masnaderii o seguaci citati pi sopra, di uomini come
i comitatini [abitanti del contado] pisani ai quali era consentito
indossare la livrea del loro signore perch cos facevano da pi
d'un decennio. [...].
   Rimane da parlare delle circostanze in cui il potere feudale
consegu le sue vittorie sul repubblicanesimo. Le istituzioni
repubblicane, si  detto, raramente riuscivano ad essere stabili.
In particolare la forza della faziosit, tanto sociale che
politica, e il persistere di un modo di vita violento, impedirono
che si arrivasse a quella routine di compromessi, di convenzioni e
di accordi di rinvio, che sarebbe stata il solo mezzo per dare
lunga vita a tali istituzioni. Finch il ricorso alla violenza
continuava ad essere il modo universalmente riconosciuto e
accettato per risolvere i contrasti, e finch, data l'esistenza
reale di un governo autonomo, i contrasti locali diventavano di
gran peso, era inevitabile che la vita del comune risultasse
estremamente precaria.
   Tanto le divisioni all'interno della citt quanto la frequenza
delle guerre all'estero (inerenti alla travagliata storia della
penisola) producevano crisi continue che tendevano ad essere e
militari e fiscali. Parti del territorio venivano perdute o erano
in pericolo, e poteva accadere che il reddito scemasse proprio
allorch si aveva bisogno di denaro per le milizie. Circostanze
del genere ricorrevano frequenti in quasi ogni comune. La risposta
ovvia alle crisi (cos si ritenne) stava nell'affidare le fortune
della citt o, all'interno di essa, d'un partito, a un uomo
forte. La colpa delle crisi veniva anche attribuita a tutti i
vizi specifici della forma di governo repubblicana: lungaggini nel
raggiungere le decisioni e mancanza di segretezza a loro
proposito, instabilit e insicurezza diplomatica. Si potevano
attenuare questi inconvenienti conferendo poteri speciali, magari
per un periodo limitato, a un signore. Inoltre, questo signore non
era necessariamente un semplice individuo forte capace di fornire
protezione e di tenere a freno le opposizioni. Accadeva che dietro
a lui stesse una temibile struttura diplomatica. Le signorie dei
da Romano e Pallavicini assursero a grandezza sullo sfondo
dell'alleanza con Federico secondo, e analogamente, nell'ultimo
terzo del secolo, il potere angioino contribu molto a minare i
regimi repubblicani. Questa tendenza si manifest gi nel 1267
quando Firenze, Lucca e alcuni altri comuni guelfi della Toscana
nominarono Carlo d'Angi loro podest per un periodo di sei anni.
Non s'intendeva, con questo, che il re adempisse all'ufficio di
persona, ma che destinasse un suo uomo di fiducia a far da
vicario. Questo tipo di soluzione continu ad essere ripetutamente
adottato in Toscana ancora per alcuni decenni; ma la rinuncia alla
scelta manifesta gi la presenza della mentalit della signoria.
Pochi anni dopo Brescia e Alessandria si spinsero pi lontano,
nominando il re come loro podest a vita. Sotto molti aspetti, il
favore degli Angioini giunse ad avere la funzione ch'era stata un
tempo quella del favore imperiale: per esempio, quando cadde il
regime Spinola-Doria, a Genova, gli subentr quello della famiglia
dei Fieschi che si appoggiava anch'essa sulla forza degli
Angioini.
   Il cammino che portava alla signoria, passava generalmente
attraverso l'ottenimento dell'ufficio di podest, di capitano del
Popolo o di capitano generale, e poi attraverso la proroga di tale
ufficio. Nelle citt-stato greche, questa strada verso il potere
era stata un fenomeno corrente; e Machiavelli, in seguito, doveva
descrivere questo processo con la sua consueta concisione: E
quando un popolo si conduce a fare questo errore, di dare
riputazione a uno perch batta quegli che egli ha in odio, e che
quello uno sia savio, sempre interverr ch'e' diventer tiranno di
quella citt (Discorsi, primo, quarantesimo). Se le signorie
siano nate pi spesso perch il Popolo ricorreva a un signore per
averne protezione contro i magnati, o se un maggior numero di
signorie abbiano avuto origine dai capi dell'azione antipopolare,
 questione discutibile. Un conteggio recente, assai diligente, ha
prospettato che le origini antipopolari furono pi numerose; ma
entrambi i processi furono correnti, con le loro variet, ed
entrambi non furono tuttavia incompatibili con signorie che
avevano origine feudale. [...].
   Non si pu comprendere l'avvento della signoria se esso viene
semplicemente considerato come una cosa che capitava, uno
sviluppo derivante in modo inevitabile dalla fragilit delle
istituzioni repubblicane. Era frutto di una volont umana,
dell'azione d'uomini ambiziosi che macchinavano per conquistare il
potere. Spesso cancellavano le proprie tracce con tanto zelo, e
con tanta frequenza sostituivano la mitologia alla storia (i loro
biografi sono inclini a descrivere i prodigi che accompagnarono la
nascita del futuro signore), che non abbiamo pi modo di
apprezzare la tenica dei loro colpi di stato. A questo fa
parzialmente eccezione la salita al potere di Ermanno Monaldeschi
a Orvieto nel 1334; ed essa senza dubbio somigli ad altre nella
successione dei fatti. Ermanno apparteneva a una della maggiori
famiglie della sua citt; era ricco, aveva tenuto uffici
frequentemente, era fratello del vescovo di Orvieto, e aveva il
benevolo appoggio della vicina citt di Perugia, delle cui
ambizioni territoriali era stato sostenitore. Il 20 aprile 1334
fece uccidere il suo rivale principale, un lontano parente. Il
momento era scelto bene, perch ai primi di maggio scadeva il
termine di servizio del capitano del Popolo e del podest, cio
degli ufficiali che avevano il compito di difendere il comune, ed
essi furono sostituiti da nuovi venuti. Questi erano in citt solo
da pochi giorni, quando la loro autorit fu messa alla prova. L'11
maggio, a un'assemblea del consiglio del Popolo, un sostenitore
del Monaldeschi propose una fondamentale riforma costituzionale,
che comprendeva la sospensione di trentaquattro articoli della
costituzione e la nomina di una bala [magistratura politica con
potere assoluto] di dodici membri con pieni poteri, in grado di
agire senza la presenza o il consenso del capitano. Tre giorni
dopo questa bala si riun, insieme ai sette anziani, e deliber
di trasmettere i suoi pieni poteri al Monaldeschi, che fu
nominato gonfaloniere del Popolo e gonfaloniere di giustizia a
vita. Erano trascorse poco pi di tre settimane tra l'eliminazione
del suo rivale e la conclusione del suo colpo di stato. Anche
questo caso, in merito al quale si dispone di buoni documenti, non
ci dice se Ermanno si servisse di armati per mettere a tacere i
potenziali oppositori nel consiglio: sembra probabile che l'abbia
fatto.
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